domenica 27 febbraio 2011

CIAO!

con questo post chiudo, per ora, il blog. che verrà prontamente riesumato al mio prossimo viaggio. 87 i post, come i giorni trascorsi in terra africana. grazie a tutti, con più di 3. 200 visualizzazioni mi avete fatto capire il vostro apprezzamento.
ciao!

venerdì 25 febbraio 2011

GANVIè

una delle ultimissimissime cose che ho fatto in benin, proprio il giorno della partenza, è stata andare a fare un giro in piroga verso il villaggio di ganviè. chiamata, neanche dirlo, la venezia d'africa. e allora partiamo, io un po' timorosa di cadere in un'acqua che definire marrone è decisamente eufemistico.
la nostra guida è giovanissima, ha diciotto anni e, finito il collegio, vuole studiare diritto. quando ha saputo che la strada era già stata intrapresa da me, mi ha detto: "allora, quando ti vedrò la prossima volta, mi metterò sull'attenti". e intanto vicino a noi passano i pescatori, con vele coloratissime, ottenute da un collage di stoffe diverse. chissà qui fanno tutto in barca, anche il mercato. barchette con pomodori, spezie, pane. e i bambini che, quando ci vedono, si tuffano in acqua e muovono le gambe, la testa sotto, per farci divertire. poi passiamo per il 'rio des enamorados', come ci spiega il nostro cicerone, tra un italiano spagnoleggiante e un accento beninense. e scorrono le palafitte, alcune ancora con il tetto di paglia, altre già con quello in lamiera. e dopo vediamo una scuola, dei ristoranti, una moschea ed un ospedale. posso solo dire, per fortuna avevamo il parasole, altrimenti mi sarei bruciata!

mercoledì 23 febbraio 2011

COTONOU

gli ultimi due giorni li ho passati a cotonou, che non è la capitale politica, ma di fatto. a parte essere la città più popolata, con 1, 2 milioni di persone, è anche la città più importante, e l'unica ad avere industrie di una certa importanza. la caratteristica più notevole sono sicuramente gli zem. la gente lì chiama così i moto- taxi, che a velocità assurda e prezzo ragionevole ti portano da una parte all'altra della città. come vermi si insinuano nelle fessure tra le macchine, tra uno slalom ed una manovra al limite della follia. ovviamente gli incidenti sono numerosi.
ma cotonou è anche la città del marchè dantokpa, enorme. tanto grande, che bachirou s'è rifiutato di portarci. non si trova posto, e poi rubano, ti fregano, ci si perde... troppa confusione! allora andiamo al centro di promozione dell'artigianato, dove un suo amico ci accoglie dentro il suo negozietto. e lì compriamo statue, maschere, catenine, presepi, giochi africani. il tutto naturalmente dura ore ed ore, seguito da lunghe discussioni col sorriso sul prezzo. e un po' dispiace che la valigia, prima o poi, sarà piena, perchè le cose sono belle e sanno d'africa.
e cotonou è anche la città al di sotto del livello del mare, solo alcune zone lo sovrastano di 4- 5 metri. e allora ogni pioggia lascia il segno, figurarsi quando è stagione... e l'umidità è insostenibile, solamente qualche folata di venticello occasionale porta un pochino di sollievo.
e l'aeroporto internazionale con due gates, di cui ne funziona solo uno...

martedì 22 febbraio 2011

SCHIAVI

come promesso, eccomi a scrivervi dall'italia.
come non parlare ancora di ouidah, città tristemente nota per il suo passato di traffico di schiavi? come ci ha illustrato la guida del museo storico, qui ben quattro nazioni costruirono i loro forti nell'età del massimo sfruttamento: regno unito, portogallo, francia, danimarca.
oggi si può visitare solamente il forte portoghese, ma vi assicuro che basta!
vi chiederete con cosa venivano scambiati gli schiavi? semplice, conchiglie e oggetti di ferro. per ogni bottiglia di alcool rotonda si ottenevano tre schiavi, per quelle rotonde invece quattro. dopo venivano stivati nelle navi e trasportati via oceano dall'altra parte del mondo, soprattutto in brasile e nei caraibi, in testa haiti. alcuni morivano prima di arrivare, immaginatevi le condizioni di igiene e le malattie... le donne venivano stuprate e maltrattate dagli uomini bianchi, un'immagine cruenta descrive bene la scena: le donne dovevano sdraiarsi a pancia in su, nude e con le gambe aperte, gli uomini a pancia in giù per non vedere il triste destino delle consorti.
chi arrivava, doveva lavorare le canne da zucchero, vendere oggetti davanti alle chiese ed ottemperare ad altri umilianti lavori ancora. ciò spiega perchè, molte persone, alla deportazione preferirono il suicidio, trovando la morte ancor prima di toccare terra americana.
intorno al forte veniva costruita una diga, dentro vi nuotavano gli alligatori. quando uno schiavo cercava di scappare una volta, gli veniva tagliata un'orecchia, la seconda volta gli si amputava un braccio, la terza la gamba. e, comunque, evadere era piuttosto complicato: infatti, la palla al piede degli schiavi mostrava la via di fuga a chi di dovere.
il re aveva molte donne, da un minimo di quarantuno ad un massimo di quattromila, e disponeva dell'esercito delle amazzoni, donne guerriere. coloro che desideravano combattere per il re, avevano il dovere di recargli in dono una testa mozzato di un avversario uomo. per quanto riguarda gli uomini, le regole erano chiare e nette: i nemici andavano uccisi con un colpo solo, pena la decapitazione.
... che dire?

domenica 20 febbraio 2011

A PRESTO!

carissimi,
stasera parto per l'italia. vi ringrazio di cuore per avermi sempre seguito. il blog continuerà per un po' in italia, vi voglio mostrare ancora foto e parlarvi degli ultimi giorni.
intanto, hasta luego! e nassiarà (grazie in baribà) a tutti!

GIOIELLI

al ritorno dal togo, siamo passati per grand popo (so che il nome suona strano), per poi arrivare ad ouidah. grand popo è una cittadina con una magnifica spiaggia di palme, che dà sull'oceano. la sabbia, più rossa di quella cui sono abituata, ricorda un po' il deserto, e ciò che ci ha fatto sentire ancora più lì è stato l'arrivo di un tuareg, che è arrivato fino in benin dal niger per vendere i suoi gioielli. ci ha raccontato che sei mesi all'anno li dedica alla loro fabbricazione, poi va in giro nel sahel a venderli.
alcuni erano davvero bellissimi, aveva catenine d'argento, ambra ed onice. poi ce n'erano alcune con la croce tuareg, "la nostra carta d'identità", come ci ha spiegato lui orgoglioso. i braccialetti erano grandissimi, neri e grossi, poi ce n'era uno composto da sette fili, uno per ogni giorno della settimana. gli anellini invece erano più modesti e sobri.
mostrava anche delle lavorazioni in pietra di talco, cui aveva dato la forma della tartaruga, di un piccolo presepe, d'elefante.
ci siamo seduti con lui ed abbiamo iniziato a contrattare, cosa fastidiosissima e stancante, ma purtroppo necessaria. ci hanno anche offerto il caffè dei tuareg (credo che fosse fortissimo the verde, ad ogni conto una tazzina è bastata per tutti e quattro).
e, dopo una lunga chiacchierata, tutti contenti ci siamo salutati.
ciao ali!

sabato 19 febbraio 2011

a ouidah, nel sud del paese, si respira davvero un'atmosfera diversa.
vi spiegherò perchè... ma oggi, come vedete, sono andata nel tempio dei pitoni. in effetti, è un luogo estremamente turistico, nel senso che il tizio ci ha mostrato solo un albero di iroko di seicento anni e poi ci ha subito portato dai pitoni.
erano tantissimi! alcuni erano grandi, la guida ci ha detto cha ha vent'anni. altri erano piccolini, "da polso". ma se ne stavano lì tranquilli, come pezzi di legno. al tatto non sono viscidi, anzi secchi, e sono estremamente innocui. non mordono, ma hanno molta forza e possono rompere arti. il signore era contentissimo che io li prendessi sul collo e dappertutto, e voleva che anche paola le toccasse, ma a lei facevano troppo schifo.
a me è piaciuto troppo!